domenica 8 gennaio 2017

Letizia Battaglia. Per pura passione

"Non ricordo il primo morto. Ricordo tutti gli altri, tanti, ma non il primo. Erano foto concitate, non si sceglieva, si fotografava quello che si poteva. Era una fatica, alla fine ero devastata, ma non usavo il teleobiettivo (che fotografa a distanza). Avevo bisogno di essere vista, sputata in faccia, se serviva. Alla pari con chi era in manette. Certo che c'era la paura, ma alla lunga ti abitui, la accetti".

Ti accoglie così, con un documentario di Sky Arte, assolutamente da non perdere, "Letizia Battaglia. Per pura passione", la mostra che il Maxxi di Roma ha dedicato alla grande fotografa italiana, oggi 81enne.

Nota soprattutto per gli scatti palermitani, negli anni della seconda guerra di mafia, la Battaglia in realtà è stata una reporter a tutto tondo: giornalista, ma anche editrice, regista e autrice teatrale.

"Ho iniziato a 40 anni - racconta nel documentario - quando ho cominciato ad appartenermi". Ovvero quando si separò dal marito, sposato a 16 anni, e si trasferì a Milano, dove iniziò a scrivere e realizzare anche i primi scatti.

Ma il richiamo di Palermo era troppo forte ed è lì, una volta tornata, che la Battaglia scatta le sue foto più famose. "Ero l'unica donna in mezzo a tutti uomini. Dovevi esserci sempre, stare sempre fuori e pronta". Solo così ha potuto realizzare alcune delle immagini più rappresentative della cronaca di quegli anni: dalla foto di Piersanti Mattarella, allora Presidente della Regione Sicilia, appena ucciso dalla mafia, tra le braccia del fratello Sergio, oggi presidente della Repubblica, al famoso scatto di Andreotti con il mafioso Nino Salvo, "trovata dalla Direzione Scientifica dell'Antimafia negli archivi della Battaglia - scrivono i curatori - e tra i principali capi d'accusa nel processo contro l'esponente democristiano".

E ancora, lo scatto dell'arresto del boss Leoluca Bagarella, divenuto una vera e propria icona della lotta alla mafia: "quando mi vide lì, mi diede un calcio e caddi - racconta la Battaglia - ma avevo già scattato".

"Mi chiedono perché non abbia fotografato la bellezza di Palermo. Perchè il dolore la sovrastava", racconta ancora la reporter, che in realtà scattò delle bellissime immagini anche non cruente - ma comunque dal sapore amaro - di gente comune, feste borghesi, processioni, funerali, matrimoni e soprattutto bambine.

"Tremavo quando fotografavo le bambine". Bambine povere, dagli sguardi di donne stanche, provate. Come la splendida bambina col pallone, forse la sua foto più famosa. "Dopo vent'anni sono tornata a cercarla, ma non l'ho trovata. Forse è stato meglio così, non immaginavo un bel futuro per lei".

"A un certo punto, dopo tanti morti, non sopportavo più i miei negativi. La notte sognavo di bruciarli, ma non potevo farlo. Per questo ho rielaborato alcuni scatti. Avevo la necessità di distruggere il significato di certe foto e allora gliene ho messo davanti uno nuovo: il pube di una donna. Dovevo togliermi questi dolori e allora li ho ricomposti e ri-fotografati nell'acqua. Perchè l'acqua lava".

Al Maxxi di Roma fino al 17 aprile.

lunedì 19 dicembre 2016

L’inventore della mano che aiuta i sordociechi a comunicare

Chissà, se Nicholas Caporusso non avesse svolto il servizio civile in centri per disabili, cosa si sarebbe inventato? E viene naturale chiederselo, visto che da quell’esperienza, a soli 23 anni, ha tratto ispirazione per DBGlobe, il guanto che aiuta i sordociechi a comunicare, appena terminato di sperimentare col governo inglese, che gli è valso il Premio Cambiamenti - organizzato dalla CNA in occasione del suo 70° anniversario - come miglior start up Innovativa e Tecnologica italiana.

Caporusso, oggi 35enne, nasce e cresce a Bari ed è lì che si laurea in Informatica. Ma è a Lucca, presso l’IMT, che svolge il dottorato in Ingegneria Informatica e a Santa Clara, in California, che studia business. Terminati gli studi, Nicolas non resta con le mani in mano e fonda, insieme ad una trentina di persone, una start up no profit, Qiris, ovvero Qualità, Innovazione, Ricerca, Istruzione e Sicurezza. Parole spesso vuote, ma non per lui.

“Qiris è nata per sostenere l’innovazione e l’imprenditoria giovanile – spiega - aiutando le start up a farsi conoscere e intercettare potenziali finanziamenti. Nel 2012-2013, per esempio, abbiamo organizzato la più grande maratona di sviluppo di App in Italia, abbiamo sostenuto 35 start up, e favorito collaborazioni con diverse realtà come la Fiera del Levante”.

Ma è nel 2013 che nasce DBGlobe, il guanto che ha portato a Nicolas e alla sua start up, Intact, di cui è fondatore insieme a Gianluca Lattanzi, numerosi e prestigiosi riconoscimenti, fino ad essere annoverato dalla MIT Technology Review tra i dieci innovatori italiani under 35.

“L’idea è nata nel 2004 – racconta– ma è rimasta nel cassetto fino al termine dei miei studi, quando ha ottenuto un primo finanziamento dalla Camera di Commercio di Bari. Durante il servizio civile e il volontariato sono entrato in contatto con diversi disabili e ho notato che quelli che più di tutti avevano difficoltà a comunicare con gli altri erano i sordociechi, che hanno un loro linguaggio, che non tutti conoscono. DBGlobe è una sorta di tastiera smontata e rimontata sulla mano – continua -. Su ogni falange c’è un tasto che corrisponde a una lettera. Toccandoli si può scrivere o inviare un messaggio su una tastiera e uno smarthphone. Viceversa, quando si riceve un messaggio, il dispositivo farà sì che le lettere si trasformino in vibrazioni sulle corrispondenti falangi della mano”.

Nel 2015 Nicholas si trasferisce a Berlino per “dare a DBGlobe la possibilità di essere da subito un’impresa internazionale”. Lì accede a due programmi di accelerazione che gli permettono di avviare collaborazioni con partner del calibro di Google e Samsung e di avviare la produzione con due imprese finlandesi. Ma è in Inghilterra che arriva la svolta.

“Abbiamo appena terminato la sperimentazione col Governo inglese e con la più grande organizzazione inglese che si occupa di sordociechi. Prima di avviare la produzione dobbiamo raccogliere dati di mercato, per poter dar vita ad un’economia di scala e rendere il prezzo accessibile. Nel 2017 – continua Caporusso – andremo negli Stati Uniti per raccogliere potenziali collaborazioni con il governo e le associazioni”.

E in Italia? “In Italia ci sono quasi 200 mila sordociechi, ma al momento non siamo riusciti a incontrare nessun rappresentante governativo. Abbiamo una collaborazione, che speriamo di intensificare, con la Lega del Filo d’oro. DBGlobe non sostituisce le persone, ma offre ai sordociechi una modalità nuova e più semplice di interagire. Il senso della tecnologia, per me, è creare questo sviluppo”.


di Anna Maria Selini

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lunedì 28 novembre 2016

L’architetto che ha ricostruito in 3D il soffitto del tempio di Palmira distrutto dall’Isis

Ha letteralmente ridato vita ad un monumento entrato due volte nella storia: prima per la sua bellezza e poi per la furia esplosiva con cui è stato distrutto, nell’estate del 2015, dai militanti del sedicente Stato Islamico. Ma il soffitto del Tempio di Bel di Palmira, in Siria, è soltanto l’ultima delle ricostruzioni in 3D realizzate da Matteo Fabbri, 41 anni, socio di un’impresa di architetti specializzati nell’applicazione delle nuove tecnologie ai Beni culturali. “Purtroppo, come abbiamo visto anche con i recenti eventi sismici, le opere d’arte non possono essere completamente messe in sicurezza – spiega -. Per non perdere tracce importanti del nostro patrimonio, servirebbe un piano nazionale di mappatura. La tecnologia oggi ci permette di restaurare, conservare e vivere esperienze di realtà aumentata finora inedite”.

Matteo Fabbri si laurea in Architettura all’Università di Ferrara e, sempre lì, ottiene un assegno di ricerca in nuove tecnologie applicate ai beni culturali. Ma nel 2007, come molti giovani talentuosi, si sente dire che sono terminati i fondi e che deve cercarsi degli sponsor: a quel punto decide di fare il grande salto e diventa imprenditore. Già da un paio d’anni, con due soci, ha avviato un’attività, sulla falsariga di quanto appreso all’università. Ma è nel 2011 che la Tryeco diventa una srl, di cui oggi Fabbri è legale rappresentante e responsabile dei processi di scansione laser.

“Dobbiamo dire grazie a quello che allora era l’unico importatore italiano di stampanti 3D – racconta –. Per sei mesi ce ne ha prestata una. ‘Se tra sei mesi avrete guadagnato abbastanza, ci disse, me la ripagherete’. E così è stato”.

Da allora la Tryeco ha realizzato numerosi e prestigiosi progetti. Tra questi, il modello fisico dell’interno della Madonna di Pietranico utilizzato per la ricollocazione dei frammenti della statua danneggiata dal terremoto dell’Aquila del 2009; la riproduzione di alcune Steli rinvenute durante i lavori del Novi Ark di Modena ; quella dell'Iscrizione sull'Acquedotto Romano di Pont d'Ael di Ayavilles presso Aosta e quella di 16 opere del Museo Egizio di Torino, in occasione della riapertura, utilizzate per installazioni itineranti in varie zone della città.

Tra un’opera d’arte e l’altra, la Tryeco realizza anche modelli architettonici, scansioni laser, modelli digitali tridimensionali, oggetti di design e prodotti consumer (come Meepster, la propria minicaricatura in stampa 3D), ma la “soddisfazione maggiore” – ammette Matteo – si chiama Palmira.

“La ricostruzione del soffitto del tempio di Bel ci ha richiesto un lavoro di sette mesi e un impegno, soltanto per la nostra impresa, di sette persone. Solitamente la prima fase è la scansione dell’originale - continua - ma in questo caso, essendo andato distrutto, abbiamo utilizzato foto e rilievi bidimensionali ottocenteschi, coordinandoci con un team di archeologi. Una volta realizzato il modello, visto che si trattava della resa iniziale del tempio, così come era appena costruito, è intervenuto uno scenografo per ‘invecchiarlo’ e renderlo esattamente come prima dell’esplosione”.

Oggi la ricostruzione 1:1 del soffitto del Tempio di Bel di Palmira - insieme al Toro di Nimrud e alla sala dell’archivio di Stato del Palazzo di Ebla – fa parte della mostra “Rinascere dalle distruzioni”, esposta fino all’11 dicembre 2016 al Colosseo. Ad inaugurarla c’erano il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, i Ministri Gentiloni, Franceschini e naturalmente Matteo Fabbri, insieme ai soci e ai collaboratori che hanno permesso di far rinascere, grazie alla tecnologia, la storia.

di Anna Maria Selini

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lunedì 7 novembre 2016

L’ex manager che salva le imprese confiscate e sequestrate alla criminalità

Dopo una laurea in Fisica e una vita da manager, per Paola Pastorino, oggi 61enne, è arrivata finalmente la pensione. Ma, invece, di dedicarsi a viaggi e meritato riposo, insieme ad altri ex manager, selezionati e formati dal Ministero dell’Interno, ha fondato un’associazione, che aiuta le imprese confiscate e sequestrate alla criminalità. “Perché dietro alle aziende ci sono lavoratori, vite e ricchezze – dice - che si possono salvare”.

“Dopo la laurea ho sempre lavorato nel mondo dell’Hi-tech, fino al 2011 – racconta – alternando una carriera tecnica e di ricerca in imprese come l’Olivetti, ad un ruolo manageriale nel marketing per imprese straniere. Ma sono sempre stata sensibile al mondo del sociale e così, nel 2013, una volta in pensione, ho aderito ad un programma formativo organizzato dall’Agenzia Nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, voluto dall’allora Ministro dell’interno, Roberto Maroni. Era un corso rivolto a manager con un’esperienza significativa di almeno 10 anni - continua Pastorino - e io sono rientrata tra i 60 selezionati. E’ stato analizzato il nostro profilo e la fedina penale fino a tre generazioni prima della mia. L’obiettivo, fin da subito, infatti, era quello di selezionare persone da affiancare alle figure previste per legge, per gestire da un punto di vista manageriale le aziende confiscate e sequestrate alla criminalità. Il 99%, infatti, finiscono in liquidazione, con relativa perdita di lavoro e ricchezza”.
Così una volta terminato il corso, Pastorino e una quarantina di colleghi danno vita a “Manager white list”, un’associazione no profit, di cui Paola è presidente, che mette in pratica quando appreso. “E’ stato interessante acquisire conoscenze e punti di vista molto diversi da quelli manageriali – spiega – da quelli del magistrato a quelli del mafioso. Noi interveniamo dove ci sono già un amministratore giudiziario e un giudice delegato, che naturalmente hanno altre competenze e obiettivi, e in team con loro cerchiamo di gestire al meglio la situazione dell’impresa. In quanto manager dobbiamo avere una visione strategica, che significa realizzare un business plan, per ottenere un profitto, che sia però sostenibile, trasparente ed etico”.

In due anni sono circa 110 le imprese di cui si è occupata l’associazione, oltre che numerosi beni sequestrati. “Naturalmente non tutte le imprese si possono salvare e molto spesso si tratta di scatole cinesi o coperture per lavare denaro sporco – continua Pastorino -. Noi interveniamo soprattutto in imprese che erano in crisi e che hanno chiesto prestiti che poi non hanno potuto onorare, visti i tassi da usura applicati, e che cedendo quote azionarie in cambio, hanno di fatto perso il controllo dell’attività”.

“Per ora operiamo soprattutto in Lombardia, ma siamo presenti anche in Veneto, Lazio, Liguria e in Sicilia. Il nostro obiettivo è rafforzarci ulteriormente, ma occorre avere un’esperienza manageriale di almeno dieci anni e seguire il corso di formazione realizzato da docenti universitari che compongono il nostro Comitato di qualificazione. Il nostro Statuto è, e deve essere, stringente”.

di Anna Maria Selini

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venerdì 9 settembre 2016

La barista di Grisciano. “Il mio bar resistito al terremoto, ora chiuso ingiustamente”

Agata e il terremoto. Agata e una vita, generazione dopo generazione, dedicata al bar e alla gente di Grisciano, una delle frazioni di Accumoli colpite dal sisma del 24 agosto scorso. “Ho ‘sposato’ più giovani di Grisciano e dintorni di chiunque altro – riesce nonostante tutto a ironizzare, Agata Fidanza, 55 anni –. Il mio bar ‘Pinguino’ è da sempre un luogo di aggregazione, in questo momento in cui siamo disperati, l’unico. Peccato che nonostante sia agibile (la struttura di legno ha tenuto perfettamente, ndr) mi abbiano costretta a chiuderlo – denuncia -. Un danno per me e per l’intera comunità”.


La notte del 24 agosto, Agata, come tutti gli abitanti della zona, è stata svegliata dal “mostro”, il terremoto di magnitudo 6.0 che ha colpito l’Italia centrale, provocando la morte di 290 persone, 240 delle quali tra Amatrice e Accumoli. 

“Per fortuna la mia famiglia non ha avuto vittime, ma la mia casa è inagibile e da allora dormiamo in tenda – racconta -. A non aver subito danni, se non bottiglie e bicchieri rotti, è stato il mio bar, che è stato costruito in legno alla fine degli anni ’80 e gode di un parcheggio e uno spazio esterno molto ampio, tanto che ora l’ho messo a disposizione della Croce Rossa”.

Il ‘Pinguino’ sembra una grande baita, con tanto di biliardino, ping pong e tavoli nel cortile. Più che un bar, da sempre è un centro di aggregazione, assicura chi lo conosce. Tanto che è qui che si è organizzato il primo pranzo dopo il terremoto. “La mattina, dopo che ci eravamo contati tutti – ricorda Agata – abbiamo preparato 150 pasti, praticamente per l’intera frazione. Noi abbiamo messo la pasta, chi il sugo, chi il resto. Giravamo per il paese con una carriola distribuendo pasta al ragù”.

Ma se nei giorni dell’emergenza il ‘Pinguino’ non si è mai fermato, da pochi giorni è chiuso. “L’hanno transennato nottetempo – spiega Agata – mi hanno avvertito all’una di notte, per via del palazzo accanto, pericolante. E’ assurdo – denuncia – preferiscono chiudere l’unico bar aperto (l’altro è sotto le macerie), piuttosto che mettere in sicurezza un palazzo”.

E se da un lato ci sono i tempi tecnici e le lungaggini burocratiche, dall’altro c’è una donna che nella vita “non ha fatto altro che lavorare e far svagare le persone”. “Per quel che mi riguarda, il danno è più morale che economico. Io sono abituata a lavorare 14 ore al giorno e senza fare niente non ci so proprio stare – conclude Agata – ma non è solo per me: in questo momento siamo un paese di disperati che ha bisogno di normalità”.

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sabato 27 agosto 2016

Il poster di Amatrice

Nell'ultimo autogrill prima di Amatrice campeggia un poster che ora suona beffardo: 20 agosto, “Siamo tutti aquilani”. Conversazione storica per celebrare “un legame mai spezzato” tra l’Aquila e Amatrice. Un legame che - dopo il terremoto che ha colpito il 24 agosto l’Italia centrale, come l’Abruzzo nel 2009 – sa di dolore duplicato e condiviso.

Il tempo ad Amatrice sembra essere scandito anche dai terremoti e l’Aquila è soltanto l’ultimo di una lunga serie. Qui tutti lo citano e ricordano, insieme a quello del 1979 e del 1997.

Il nonno di Lucia, di Civita di Cascia, per esempio, ricorda bene il ’79, quando “tutto venne giù”. E’ stato grazie alla ricostruzione successiva che oggi Civita, a pochi chilometri dall'epicentro del 24 agosto, è rimasta intatta. Forse meno bella e turistica, ma salva, con i suoi abitanti.

Ad Amatrice la strada è chiusa e per arrivare ai campi sportivi, dove è stata allestita una tendopoli, occorre passare da Campotosto, allungando il tragitto, normalmente di pochi chilometri, di decine e decine.

Vista da sotto, Amatrice sembra sia stata presa e appoggiata sul cucuzzolo della montagna da una mano gigante. Come fosse troppo grande per quel piccolo spazio e ora stesse scivolando giù, a scaglie, casa per casa, sciogliendosi sotto il sole rovente.

A guardare in alto, senza più lacrime e parole, ci sono alcuni parenti delle vittime. Sono venuti da Accumoli per il riconoscimento, ma per via della strada interrotta nemmeno loro possono raggiungere il luogo dove sono state riunite le salme. C’è chi ha estratto dalle macerie la moglie e la sorella morte, e chi avrebbe dovuto rivedere il fratello dopo due mesi di lontananza.

Sopra di noi c’è l’hotel Roma. “Stanno ancora scavando” ci dice Gianni, il cugino del proprietario. “L’hanno estratto vivo dalle macerie , ora è ricoverato, insieme alla moglie e al figlio. Non so quante persone ci fossero – continua – questi sono i giorni in cui il paese si riempie per la sagra della Amatriciana”. Doveva essere la cinquantesima edizione.

“Speriamo che i turisti non ci abbondino. Qui viviamo di turismo”, dice preoccupata la giovane proprietaria di un negozio di prodotti tipici di Norcia. “Io ho avuto solo bottiglie di vino rotte e scaffali rovesciati, niente a che vedere con chi ha perso qualcuno, ma la paura è stata davvero tanta”.

“Mia madre, invece, dovrà chiudere. Aveva un negozio di bomboniere e cristalleria, è rimasta solo polvere”, le fa eco la barista del locale accanto.

A Norcia non ci sono stati morti e si sono registrati pochi danni, frutto anche qui di una ricostruzione antisismica attenta dopo i precedenti terremoti. Ma basta spostarsi nella frazione di Castelluccio e di San Pellegrino per contare sfollati e crolli.

Attraversando queste valli, tempestate di piccoli borghi antichi, proprio come Amatrice, se ne respira il fascino e insieme la fragilità. Tutti qui sanno di vivere in una zona a sismicità uno, la più elevata, e chi può ha rinforzato e costruito la propria casa secondo criteri di resistenza. Ma si può conciliare la conservazione dei beni culturali e storici con la tenuta antisismica? 

“Qui a Norcia lo abbiamo fatto. Utilizziamo lo stesso metodo dei giapponesi, cuscinetti di gomma e acciaio. Abbiamo una scuola regionale specializzata in questo – spiega Paolo Mancinelli, il coordinatore del COM (Centro Operativo Misto) di Norcia - . E’ solo questione di soldi. La prevenzione, quella vera, costa”. 

venerdì 26 agosto 2016

Lì dove la terra trema

Oggi ho ritirato fuori i pantaloni con le tasche, ripreso il vecchio taccuino e accompagnato una collega straniera sul campo, per realizzare un reportage nelle zone terremotate.

Tra le scaglie di Amatrice ho ritrovato la pelle d'oca, i pixel e le emozioni che avevo dimenticato in qualche angolo di Gaza.

A sbriciolare le case non sono state le bombe questa volta, ma la devastazione, la dignità e il dolore sono così simili quando il mondo ti crolla addosso.

Non è facile fare questo lavoro. Gli sciacalli sono tanti, vero, ma saper entrare e uscire in poco tempo nelle vite frantumate degli altri è un grande onere, oltre che onore. Bravi i colleghi che lo sanno fare in punta di piedi. È un'enorme fortuna e responsabilità.

Io mi porto a casa ancora una volta indimenticabili fotogrammi di storia e umanità: lo sguardo del fratello di Andrea, ucciso con tutta la famiglia dal crollo del campanile "messo in sicurezza".

Lo sfogo dell'uomo con la maglia gialla, che ha estratto a mani nude dalle macerie la sorella e la moglie morte.

I giovani volontari che accarezzano e ringraziano i loro cani.

Lucia che guarda sollevata il nonno, uguale a quello di Heidi, già sopravvissuto al terremoto del '79.

Il racconto del rumore del terremoto, ora che qui è solo, insopportabile, silenzio.

La bellissima Norcia, esempio di ricostruzione antisismica riuscita, e il sorriso di Santa, due giorni senza sosta ad ascoltare e raccogliere richieste di aiuti e sopralluoghi.

E poi Teuta, al suo primo terremoto e quell'abbraccio improvviso e commosso che viene da lontano, quando semplicemente le diciamo che dopo 17 anni nel nostro paese può dirsi italiana e non più soltanto albanese.

lunedì 4 luglio 2016

La magia notturna dei Fori imperiali


Ogni notte, con l'arrivo della bella stagione, mentre Roma continua imperterrita la sua vita confusionaria, nel silenzio dei Fori imperiali, va in scena una piccola magia.  

E' uno spettacolo di luci, alta tecnologia, ricostruzioni 3D, che permette di calarsi nella Roma di Cesare e Augusto. O meglio nei Fori da loro realizzati e donati alla città.

Guidati dalla rassicurante voce di Piero Angela (esistono audio guide in tutte le lingue), infatti, si compie un vero e proprio viaggio nei Fori, più che un tour un'esperienza emotiva e una delle (poche) opere di valorizzazione turistico-culturale all'altezza della maestosità e importanza di Roma e dei suoi Fori.
 
Il primo 'tour' ad essere realizzato è stato quello di Augusto. L'anno scorso, invece, è stato inaugurato quello di Cesare e per l'occasione è stato riaperto anche l'antico passaggio originale che portava dal Foro di Traiano a quello di Cesare.

Il percorso inizia proprio così, attraverso il corridoio che passa sotto l'attuale via dei Fori, tra immagini e video che mostrano la zona prima che Mussolini decidesse di espropriare le abitazioni che da secoli coprivano gli antichi fori per realizzare l'attuale viale che porta da Piazza Venezia al Colosseo.

Usciti dal corridoio sotterraneo, ci si ritrova così nel Foro di Cesare, ai piedi del tempio di Venere, ovvero di quel poco che ne resta. Ma è in casi come questi che la ricostruzione 3D dà il meglio di sè, ricreando l'antico splendore delle colonne e del palazzo che Cesare aveva fatto costruire, per celebrare Roma e soprattutto sè stesso. Il grande condottiero, infatti, sosteneva di discendere dalla dea attraverso un'ipotetica parentela con Enea. Difficile riuscire a dimostrare il contrario.

Passati i portici improvvisamente animati da matrone, commercianti, banchieri e gente comune, al termine del percorso,  ci si imbatte in un'anonima costruzione, un alto palazzo squadrato di mattoni rossi, sopravvissuto alle distruzioni e ai millenni. È la Curia Iulia, chiamata così proprio perché voluta da Cesare. Ed è un luogo di grande importanza visto che si tratta dell'antico Senato romano.

Ma in pochi sanno che non fu qui che Cesare venne ucciso. Il Senato allora si trovava all'altezza di largo Argentina, dove ancora oggi sono visibili ruderi di un antico palazzo. È proprio lì, dove oggi gatti e gattare si incrociano con turisti distratti, che il quasi imperatore venne tradito e trafitto dai congiurati.

domenica 19 giugno 2016

A tutto Banksy. Tra Roma e Bologna

A chi, come me, adora e segue Banksy fin dagli inizi, consiglio le due mostre a lui interamente o in parte dedicate, in questi mesi in Italia.

La prima è a Roma, a Palazzo Cipolla, ed è intitolata "War capitalism and liberty": 150 opere, che finiscono troppo in fretta, incluso l'unico autoritratto dello street artist più misterioso e ricercato di tutti i tempi.

Opere che i curatori assicurano non essere state rubate, ma acquistate regolarmente da collezionisti. Non ci sono pezzi di muro,  per intenderci, ma stampe, pitture su tela (inclusa la splendida bambino col palloncino), sculture, copertine di dischi realizzate dal primo Banksy e alcune delle sue opere più taglienti e famose.

Ma Bansky è tra i protagonisti anche della contestatissima mostra "Street Art - Banksy &co. L'arte allo stato urbano", a Palazzo Pepoli a Bologna.

Contestata da artisti come Blu - che per esprimere il proprio dissenso ha cancellato e coperto di grigio una delle sue opere più famose a Bologna sulla parete dell'ex mercato XM24 - le cui opere sono state prelevate, senza il suo consenso, direttamente dalle pareti. Anzi, in alcuni casi, con le pareti stesse.

"Una rilettura in chiave moderna dell'antica arte di 'rilevare le pitture dai muri' che vuole essere proposta come un possibile strumento per salvaguare le opere di strada da un'ineluttabile distruzione", scrivono i curatori della mostra. Uno scopo di "salvaguardia e conservazione" ribadito così tante volte da risultare per lo meno sospetto, anche perchè la mostra non è gratuita, ma a pagamento (13 euro intero).

Si tratta indubbiamente di un'esposizione ben curata e interessante, con numerose opere di artisti internazionali e un'intera collezione dedicata alla nascita della street art newyorkese, quella degli anni '70-'80 fatta di graffiti, divieti e treni dipinti, con artisti come Keith Haring, Basquiat, Richard Hambleton e così via.

"Se fossi Banksy..." confesserei, sarei donna, sarei abbastanza soddisfatto, andrei a vivere ai Caraibi. Sono solo alcuni dei messaggi lasciati dai visitatori della mostra romana su una lavagna in cui si chiede di immaginare di essere lo street artist più misterioso al mondo. Chissà che non ci abbia scritto anche il vero Banksy. "Se fossi Banksy continuerei a stare zitto".

A Bologna c'è tempo fino al 26 giugno. A Roma fino al 4 settembre.

venerdì 15 aprile 2016

Da Como a New York per l’Oscar di Internet. La piccola impresa che sfida i colossi del web

Sono gli unici italiani ad essere in nomination per l’Oscar di Internet, i Webby Awards, nella stessa categoria di colossi come Google e Wired. E, anche se ai premi Luigi Vergani e Nicola Gasco sono ormai abituati, “ricevuta la mail – confessano - abbiamo tirato un urlo da far cadere il palazzo per la felicità”. “La speranza è bassa, noi abbiamo due dipendenti, Google 50 mila”, ironizza Luigi, ma il web può sorprendere e chissà che non siano proprio questi due trentottenni comaschi a ricevere l’ambita statuetta, il 16 maggio, all’hotel Cipriani di New York. Le votazioni online sono ancora aperte. 
E pensare che Luigi e Nicola, entrambi trentottenni, hanno una formazione umanistica: laurea in Lettere Classiche il primo, in Filosofia il secondo. Ma è la comune passione per i computer che li unisce e che negli anni del boom di Internet, attraverso corsi e studi, gli fa acquisire sempre più capacità tecniche, fino a renderli specializzati, e per questo molto ricercati, nella programmazione di interfacce, animazione, siti 3D.
La Vergani & Gasco vanta un portfolio di tutto rispetto: committenti del calibro di San Carlo, Kraft, Nestlé, Costa Crociere, Hoover, Telethon e tanti altri. Ha già vinto otto FWA (Favourite Website Awards), il premio che ogni giorno segnala il miglior sito al mondo, l’Awwwards, e oggi è tra i cinque finalisti della categoria Consumer electronic del Webby Awards, il più antico e prestigioso premio internazionale per la categoria web master, presentato annualmente dall'International Academy of Digital Arts and Sciences per l'eccellenza su Internet.
“Il nostro segreto? L’impegno, non smettiamo di guardarci attorno, studiare i competitor, e poi cerchiamo sempre di dare qualcosa in più dal punto di vista emozionale”, spiega Luigi.
Come nel caso del sito che li ha portati dritti in nomination www.whateveryourstyle.com. Un progetto per un’impresa che produce caschi e nel caso specifico un interfono, un sistema di comunicazione casco-casco. “Abbiamo creato un sito che prevede l’interazione dell’utente e che trasforma la presentazione del portale in un’esperienza diversa a seconda di chi effettua l’accesso”. 
“Siamo già soddisfatti della candidatura che ci inserisce tra i migliori progettisti e sviluppatori di siti web al mondo. Certo, un viaggetto a New York per ritirare l’Oscar non sarebbe male, vedremo”, conclude Luigi.
A scegliere il vincitore sarà una giuria popolare, naturalmente online. Per votare il progetto di Luigi e Nicola basta cliccare qui 

                                                                                  di Anna Maria Selini 

pubblicato su CNAStorie    

lunedì 21 marzo 2016

Il naso rosso di Ale

Erano gli ultimi giorni di aprile del 1999. Alessandra era eccitatissima, la mattina dopo sarebbe partita per il ponte del 1° maggio, destinazione Andalusia e un cuore colmo da svuotare. 

Anche io stavo lasciando Madrid per qualche giorno, per rimettere piede in Italia.

Ale mi aveva svegliato nel cuore della notte, m'ero pure un po' incazzata. "Non potevo partire senza salutarti!".

Non l'ho più rivista. La macchina su cui viaggiavano è uscita di strada. Lei e un'altra ragazza Erasmus sono morte, ci dissero sul colpo. 

Ale faceva volontariato anche in Erasmus, un naso rosso per strappare sorrisi ai bimbi dei quartieri difficili di Madrid. 

Oggi me la immagino su quella strada, accanto all'autobus, a prendere per mano le ragazze scomparse proprio come lei nella gioia di una gita. La vedo voltarsi, sorridere, col suo naso rosso da clown.

domenica 14 febbraio 2016

Metti un pomeriggio a Cinecittà

E' sempre così. Attraversi oceani per vedere meraviglie e poi ti perdi quelle sotto casa.

A Roma basta prendere la metro A e scendere alla fermata Cinecittà per godersi un gran spettacolo. E non fate l'errore di una mia amica che c'è andata per conto suo. Spendeteli quei 20 euro e scegliete il tour guidato, perché diversamente vi perdereste molto, praticamente tutto.

Perché la testa di Nettuno del Casanova di Fellini, incastonata nel giardino all'entrata, forse tutti la possono riconoscere, ma piccoli dettagli e aneddoti di quello che è stato il regno del cinema italiano probabilmente vi sfuggiranno.

Se alzate lo sguardo all'angolo della parete del Teatro 5, per esempio, vedrete una scritta apparentemente anonima "New York Gas". Quella scritta è stata una delle tante trovate geniali di Scorsese, che per alcune scene di "Gangs of Newyork", aveva bisogno di ricostruire una zona industriale. E così, aggiungendo poche parole, con due semplici inquadrature, è riuscito a rendere l'idea di una zona industriale. Gli studi di Cinecittà esternamente, infatti, sono dei grandi capannoni e si prestavano facilmente all'idea del regista italo-americano.

"Qui realizzo i miei sogni", diceva Fellini, riferendosi all'adorato teatro 5, il più grande teatro di posa d'Europa. Tanto che quando è mancato, proprio qui è stata allestita la sua camera ardente.

Sembra di vederlo il Maestro, aggirarsi in questo spicchio di mondo fantastico, tra i suoi sogni che diventano bozzetti e poi scene memorabili, grazie anche alla rinomata bravura delle maestranze di Cinecittà (qui tutto viene realizzato da grandi artigiani).

E se allunghi lo sguardo, vedi anche Scorsese, là sul piazzale, che a guardarlo sembra solo grigio e triste e, invece, scopri, era la location della battaglia navale di "Gangs of New York". E' qui che si girano le scene nell'acqua, perché il piazzale è una specie di piscina che si può riempire fino a due metri di profondità e quei galeoni abbandonati lì a destra sono proprio quelli della battaglia del film.

E poi c'è la piazza di Assisi, che se ti volti un'attimo diventa il balcone di Giulietta, ma volendo anche l'ingresso di una locanda medievale. E la suburra, l'antica Roma, con un tempio egizio incastonato in un angolo all'occorrenza.

Qui i bambini dovrebbero venire in gita, più di una volta. Capirebbero che la fantasia deve essere coltivata, espressa, perché le radici dell'arte stanno tutte lì. Nello stupore e nella capacità di conservarlo e trasformarlo in magia.



lunedì 18 gennaio 2016

Sotto le stelle di Uluru

E’ una Monument Valley australiana quella che tutti conoscono con il nome di Ayers Rock. In realtà il vero nome, quello aborigeno, è Uluru, il famoso monolite che cambia colore in base alla luce del sole. Principalmente rosso, il rosso mattone tipico del deserto australiano, a causa dell'alta percentuale di ferro, diventa ocra, bronzo o violaceo a seconda dell'ora e della stagione.

Tra i siti dichiarati Patrimonio mondiale dell’Umanità dall’Unesco, Uluru è una sorta di gigantesco iceberg roccioso. E’ alto 380 metri, ma ben 7 chilometri sono sotto la superficie terrestre. Tanto che qualcuno si è spinto a ipotizzare che si tratti di un antichissimo satellite caduto e conficcatosi nel suolo terrestre.

Per i turisti una foto di rito, per gli aborigeni molto di più. Un luogo sacro. Un mito fondante. Uno dei racconti del Dreaming, il Tempo del sogno, quando per loro tutto ebbe inizio.

Ho scoperto il Dreaming grazie al mio compagno di viaggio Bruce Chatwin. Ne Le vie dei canti, infatti, spiega e ripercorre la mitologia aborigena.

Gli aborigeni sono tra i popoli indigeni più antichi della terra: la abitano da oltre 40 mila anni. Quel che ne resta oggi è purtroppo il risultato di anni di soprusi coloniali, mancata integrazione e scelte politiche non sempre adeguate. Ma questo è un altro discorso.

Tornando al Dreaming, si narra che in quel tempo gli antenati (creature ancestrali sia uomini che animali) crearono le cose, semplicemente nominandole. Prima di allora il mondo non esisteva, o meglio era un insieme confuso di elementi: è con la parola, il racconto, che tutto ha preso vita. E raccontare ancora oggi quelle storie significa tramandare più della propria cultura, bensì l'essenza stessa dell’universo.

Amo l'idea che la creazione coincida con il viaggio e il racconto.

I miti del Tempo del sogno sono tramandati ancora oggi in forma di canti: ogni canto racconta il viaggio di scoperta degli antenati attraverso il mondo e la loro opera di 'creazione'. La cosa straordinaria è che ogni canto è una vera e propria mappa, valida ancora oggi per muoversi attraverso l'Australia. Nel canto ci sono riferimenti ai luoghi sacri (ex. Uluru) per ogni tribù, la storia della loro nascita e il cammino per raggiungerli. I canti sono tramandati e custoditi gelosamente dagli aborigeni, che ci rivelano e consentono di visitare o fotografare solo una parte dei loro luoghi sacri.

Tra questi, Uluru è il 'monumento' per eccellenza, un insieme di miti e luoghi creati dagli antenati durante il loro viaggio di scoperta e creazione, lungo il quale lasciarono numerose tracce del loro passaggio. Per esempio, secondo il mito, Tatji, la Lucertola Rossa, giunse a Uluru e lanciò il suo boomerang (kali) che si piantò nella roccia. Tatji scavò nella terra alla ricerca del suo kali, lasciando numerosi buchi sulla superficie della roccia, tuttora visibili. Non avendolo trovato, morì in una caverna: i grossi macigni che vi si trovano oggi sono i resti del suo corpo. E così molte altre storie a spiegare le caratteristiche del gigantesco monolite.

Quello che per noi è una semplice roccia, insomma, per gli aborigeni può avere un significato enorme. Monumenti sacri naturali, che meritano il loro e il nostro rispetto.  Tanto che nella costruzione della ferrovia che attraversa da Sud a Nord l’Australia – racconta Chatwin – il governo e la compagnia che doveva decidere l’itinerario ha consultato gli aborigeni per preservarne i luoghi sacri. Uno dei pochi accorgimenti dedicati dai vecchi governi australiani alla popolazione indigena.

Anche per questo, il passaggio di proprietà di Uluru dal governo australiano ai legittimi proprietari ha segnato una tappa fondamentale nella lotta per il riconoscimento dei diritti degli aborigeni. Nel 1985 l’Uluru-Kata Tjuta National Park è stato restituito alla comunità locale degli Anangu che ora possiedono l'intera zona e la amministrano con l'ente governativo federale.

Gli Anangu hanno richiesto più volte che i turisti non scalino Uluru, nel rispetto del luogo sacro e anche per questioni di sicurezza. Ma c'è chi continua a farlo.

Io ho preferito cenare sotto le stelle di Uluru, un'esperienza meravigliosa, perché gli astri dell'emisfero australe non sono gli stessi che vediamo in quello boreale. Ed esattamente come i sogni aborigeni, anche le stelle dall'altra parte del mondo raccontano di miti e leggende a noi sconosciute.


martedì 12 gennaio 2016

Kangaroo island

Calma e silenzio. Lentezza. Spazio. Natura. Con la N maiuscola. Perché nella terza isola più grande dell'Australia, nei territori del Sud, è lei, la Madre di tutte le madri, a farla prepotentemente da padrona. Con le sue piante gigantesche, le distese interminabili di foreste in cui si inseriscono rispettose le poche strade che le attraversano e soprattutto loro, gli animali: protetti, selvaggi, liberi.

L'isola dei canguri, dei leoni marini, dei koala, dei wollabee. Se ovunque puo' succedere di incontrarli, qui e' doveroso, magico, vero.

I koala non si abbracciano, come allo zoo di Cairns, uno dei pochi dove è permesso farlo (secondo il sito sono solo 8 i posti al mondo dove è possibile) e dove l'ho fatto per 20 dollari e poca soddisfazione. Qui si incontrano, si osservano, al massimo a piccola distanza. Siamo noi gli estranei e loro i padroni di casa. Sospettano, ringhiano, graffiano. Ed emozionano nel loro autentico stato.

Ho visto koala abbracciati ad alberi altissimi, ho visto una madre con un cucciolo, due peluche viventi, ho sentito un animale ringhiare ferocemente e ho scoperto stupita essere il 'tenero' marsupiale che difendeva il proprio spazio.

Ho sottovalutato il 'nulla' di Kangaroo island. Uno stato primordiale difficile da gestire per noi uomini 'civilizzati'. A tratti l'ho odiato, ma una volta partita, tornata sulla terra ferma e poi da li' in Europa, ho capito di averlo amato.

Se chiudo gli occhi vedo il mare verde di foreste che abbiamo attraversato, i gusci di rocce vulcaniche su cui ci siamo arrampicati, a picco sull'oceano arrabbiato.
Rimpiango la calma australe e quel silenzio così forte da rendere eterno il mio primo e ultimo tramonto sulla spiaggia di Adelaide.

Hasta siempre Australia.